Filippide4

Gli amanti della corsa conoscono, almeno per sentito dire, la storia di colui che è comunemente ritenuto il primo maratoneta e a cui dobbiamo la tradizione della maratona. Si sa, infatti, che la nascita di questo evento sportivo è legato alla storia del greco Filippide che, in seguito alla battaglia combattuta dai Greci contro i Persiani a Maratona (490 a. C.), corse fino ad Atene per annunciare la vittoria e, una volta arrivato, fece appena in tempo a comunicare la lieta notizia prima di morire per la fatica della lunga corsa.

Tuttavia, gli antichi scrittori che tramandano questa storia ne offrono delle versioni discordanti tra loro, tanto che quella che ci sembra una vicenda apparentemente chiara e semplice, si configura in realtà come un vero enigma, che finora nessuno degli studiosi è stato in grado di risolvere in modo completamente convincente.

Gli antichi scrittori greci che costituiscono le nostre principali fonti di informazione sono Erodoto, Plutarco e Luciano.

Erodoto di Alicarnasso nel sesto libro delle Storie narra, nell’ambito del racconto della guerra tra Greci e Persiani, la battaglia di Maratona, avvenuta appena cinquant’anni prima rispetto al suo arrivo in Atene nel 446/445 a. C. Egli, pur così vicino ai fatti narrati, non fa alcun riferimento al messaggero che, correndo dalla piana di Maratona ad Atene, avrebbe annunciato la vittoria, ma racconta solo che prima della battaglia i comandanti ateniesi, essendo in difficoltà, inviarono da Atene a Sparta un emerodromo, ossia un corridore di professione, la cui mansione era far pervenire velocemente messaggi e comunicazioni. Questo emerodromo si chiamava Fidippide (o, secondo alcuni dei manoscritti che ci tramandano l’opera di Erodoto, Filippide) e gli fu dato l’incarico di correre a Sparta per chiedere soccorso. A questo punto Erodoto si sofferma su un avvenimento certamente fantastico. Durante la sua corsa Fidippide incontrò il dio Pan che si lamentò con lui perché gli Ateniesi lo trascuravano nonostante fosse sempre stato benevolo nei loro confronti. Dopo questo avvenimento, gli Ateniesi, temendo di inimicarsi il dio, gli dedicarono un tempio e istituirono in suo onore una corsa con le fiaccole. Erodoto riprende, poi, le fila della narrazione principale, dicendo che successivamente Fidippide arrivò a destinazione, percorrendo di corsa in due soli giorni la distanza tra Atene e Sparta (ben 220 chilometri!). Sorprendentemente, in Erodoto troviamo solo il racconto di questo fatto, ma del soldato-corridore che avrebbe portato la notizia della vittoria conseguita dagli ateniesi a Maratona non c’è alcuna traccia.

Questa vicenda è, invece, inaspettatamente riportata da Plutarco, vissuto nel primo secolo dopo Cristo, molto dopo rispetto a Erodoto e ai fatti di Maratona. Egli racconta in un’operetta intitolata “La gloria degli Ateniesi” che subito dopo la battaglia di Maratona, un soldato, ancora caldo dallo scontro e con le armi addosso, corse fino ad Atene per annunciare la vittoria. Una volta arrivato fece in tempo a dire solo «Salve!» e «Siamo felici!», per poi accasciarsi a terra, morto per la fatica. Plutarco afferma, inoltre, che il nome del soldato non è sicuro: Eraclide Pontico, scrittore dalla cui narrazione egli attinge, lo chiama Tersippo, altri invece lo nominano Eucle.

Se al giorno d’oggi molti sono convinti che l’eroico corridore si chiamasse Filippide, ciò è dovuto probabilmente alla nostra terza fonte di informazioni, Luciano di Samosata, vissuto nel secondo secolo dopo Cristo. Egli è l’autore, tra le altre cose, di un’operetta intitolata “Per lo sbaglio nel saluto”, una sorta di manualetto in cui espone le formule di saluto corrette per le varie occasioni. Trattando del saluto che in greco suona “chaire” (traducibile con il nostro “salve!”, anche se letteralmente significa “sii lieto/siate lieti!”), Luciano racconta che il primo a pronunciare questo saluto fu Filippide, l’emerodromo che dopo la battaglia di Maratona corse fino ad Atene per annunciare la vittoria sui Persiani e che morì dopo essere giunto e aver detto «Salve! Abbiamo vinto!». Luciano, dunque, riporta la stessa vicenda di cui parla Plutarco, ma probabilmente avendo in mente, o comunque a disposizione, il testo di Erodoto, per cui finisce col confondere i due racconti, attribuendo al maratoneta di cui parla Plutarco il nome Filippide.

La storia, che tutti conosciamo, di Filippide che corre ad annunciare la vittoria ateniese sui Persiani e muore di fatica poco dopo è, dunque, molto meno chiara di quanto possa sembrare a prima vista, poiché i racconti degli antichi scrittori che principalmente ce ne parlano sono divergenti tra loro. Erodoto, che pure visse così vicino ai fatti di Maratona, non fa alcun accenno al soldato che annunciò la vittoria dopo la battaglia, ma parla solo, e con contorni piuttosto fantasiosi, di un tale Fidippide (o Filippide) che prima di essa corse da Atene a Sparta per chiedere aiuto. Plutarco, vissuto ben sei secoli dopo i fatti di Maratona, narra in sostanza la storia che tutt’oggi conosciamo, lasciando però nell’incertezza il nome del corridore. Infine, Luciano, un secolo dopo ancora, narra questa stessa storia, ma chiamando il protagonista Filippide, alla maniera del personaggio di cui parla Erodoto. A complicare le cose sta anche il fatto che i manoscritti che hanno tramandato fino a noi il testo di Erodoto sono divisi equamente tra quelli che riportano il nome Filippide e quelli che riportano il nome, leggermente diverso, Fidippide, per cui noi, oggi, restiamo incerti tra i due.

I misteri, però, non si fermano al nome (Filippide? Fidippide? Eucle? Tersippo?). Un altro problema riguarda la mansione effettivamente svolta da questo personaggio. Secondo Erodoto e Luciano egli sarebbe stato un emerodromo, cioè un corridore di mestiere col compito di trasmettere i messaggi lungo i percorsi praticabili solo a piedi. Invece Plutarco dice solamente che egli partecipò alla battaglia e che, dopo la vittoria, corse in patria di sua volontà per annunciarla. Probabilmente la versione esatta è quella di Plutarco, poiché più difficilmente un emerodromo, abituato a correre per moltissimi chilometri, sarebbe morto dopo averne percorso “solo” 42.

Altro mistero rimane la forma del saluto: secondo Plutarco il maratoneta, giunto ad Atene, avrebbe esclamato «Salve!» e «Siamo felici!» (in greco “chairete! Chairomen!”), mentre secondo Luciano avrebbe detto «Salve, abbiamo vinto!» (in greco “chairete! Nicomen”).

Per via delle incertezze e dei misteri che aleggiano attorno a questa vicenda, gli studiosi che se ne sono occupati talvolta ne hanno persino negato la verità storica. Altri, invece, ritengono che essa sia effettivamente accaduta, anche se alcuni dettagli piuttosto importanti, tra cui la distanza effettivamente percorsa dal nostro eroe, sono poco chiari.

Tuttavia, oggi nel cuore di qualsiasi maratoneta il mito di Fidippide resta, e il suo ricordo ci accompagna durante quei fatidici 42 chilometri che ciascun podista, grazie a lui, porta a compimento sentendosi giustamente anche un po’ eroe.


ValeriaMELISDott.ssa Valeria MELIS – laureata presso l’Università degli Studi di Cagliari in Culture e Letterature dell’Antichità. Dottore di Ricerca in Culture Classiche e Moderne (curriculum classico) presso l’Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Studi Umanistici (STUDIUM).


 

 

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